mercoledì 29 aprile 2009

Mathieu Ganio

Si è soliti associare l'arte del ballo classico a qualcosa di elitario, di fortemente esclusivo, vuoi per l'imperturbabile patina di cipria che ammanta i protagonisti di questo mondo, vuoi per la didascalica configurazione delle platee di appassionati, zeppe di zombies, solitamente stivati in bare a forma di ville in collina, ma occasionalmente pronte a tributare i loro applausi a danseur di fama internazionale.
In Francia, ad esempio, va forte:

Mathieu Ganio

Marsigliese di origini italiane, egli rappresenta al meglio ciò che impone il luogo comune della danza.
Io mi sento, però, di sfatare questo clichè, fatto di esseri atleticamente perfetti, nel loro pallore imbellettato e nei loro costumi svolazzanti che li portano ad essere identificati – i ballerini – in canoni di bellezza angelica, e per questo, asessuata – le ballerine – in epitomi di ultraterrena (lato Paradiso, s'intende) femminilità.
Seconde me, questi, se la godono alla grande.
Una volta finito lo spettacolo, mentre le mummie in platea, duramente provate dai dieci minuti di standing ovation, vengono riportate nella bara da una schiera di trasporti pianoforte travestiti da marito,
i ballerini sfogano l'adrenalina tuffandosi nel vizio più sfrenato:
Orge, droghe, strip-poker, lattine di coca-cola nei leggings – lui – borchie sadomaso nei collant – lei.
A chiosa di tutto ciò, ritengo necessario specificare che ho sempre, spontaneamente collegato la parola "étoile" a "toilette", affascinato dalla quasi omofonia dei due termini piuttosto che portato a denigrare a priori un mondo del quale conosco poco o niente.
Diciamo che è una ulteriore mia sensazione, collegata ovviamente alla disquisizione di poco sopra, e come tale, non mi sento in dovere di giustificarla in quanto non frutto di ragionamento.
Mica spreco la mia materia grigia per queste puttanate!









mercoledì 22 aprile 2009

Tyler Brulè

Abbiamo un po' troppo battuto, ultimamente, le vie accidentate della wildlife dei sex symbol, in uno zoo safari che fra avventurieri esotici e scapigliati di varia estrazione, ha rischiato di farci perdere il senso dell'orientamento.
Ed il gusto per il bello, è ovvio, non va mai perso.
In questi casi ci vuole un appiglio sicuro, un uomo maturo, non troppo lontano dai canoni della formalità, ma neanche troppo distante da quelli, apparentemente antitetici, della creatività più modaiola.
Oggi ci vuole una faccia come quella di:

Tyler Brulè

Quarantenne canadese, elegante, ma non esuberante, nato semplice cronista e quindi avventuratosi nell'imprenditoria editoriale, riscuotendo un successo senza pari grazie alla sua personale visione del lifestyle magazine materializzata nella rivista "Wallpaper*", che negli anni '90 si è imposta come archetipo per questo genere di pubblicazioni.
Brulè ha portato questo tipo di riviste alla versione 2.0 e tutti quei
calderoni di informazioni più o meno futili, più o meno patinati, di solito ben disegnati, che da queste parti ci si ritrovano infilati nella piega del nostro quotidiano preferito un dato giorno alla settimana, devono molto a questo innovatore venuto da Winnipeg.
Come se non bastasse, da buon imprenditore illuminato, non si è adagiato sugli allori di "Wallpaper*" ma, conscio della moltiplicazione della concorrenza, ha pensato bene, nel 2007, di creare un nuovo magazine – "Monocle" – riuscendo ancora a stabilire un ulteriore upgrade nel mondo delle riviste, rimanendo ancora una volta perfettamente in equilibrio fra i molteplici aspetti della comunicazione leggera, dell'evasione con stile.
Stile che lui ha da vendere, nelle sue mise discrete, mai sotto le righe, mai sopra.








mercoledì 15 aprile 2009

Raphaël Personnaz

La pubblicità, croce e delizia della contemporanea società dello spettacolo, ha spesso contribuito a creare delle star; Più di una volta, infatti, i protagonisti di quei pochi minuti di commercial, scovati dall'occhio chirurgico di art director illuminati, sono divenuti sex symbol di caratura internazionale.
Sulla durata più o meno effimera di questa gloria non mi soffermerò, preferisco intuire che uno dei prossimi candidati a godere dei benefici di uno spot ben ideato sia il giovane attore francese:

Raphaël Personnaz

Lo si è visto, più o meno due anni fa, impegnato in un animalesco rito di preliminari, dove però la focosità dell'istinto non riusciva a liberarsi dagli strati di indumenti, mentre lo spettatore medio, con la bava alla bocca, ad ogni paio di jeans che i due facevano volare, sentiva avvicinarsi il fatidico momento – Ora Trombano – , rischiando invece la crisi di nervi, scongiurata soltanto alla fine di quella maratona di un minuto e mezzo, quando una fugace apparizione di nudità toraciche suggeriva, senza ostentare, che la consumazione era ormai in dirittura di arrivo.
La pubblicità che fa leva sulle ossessioni della massa, rovesciando sarcasticamente quello che invece, di solito, i media ci gettano in pasto in modo volgare e frettoloso, è, a mio parere, un artifizio comunicativo brillante, come già altre volte ci ha abituato la nota marca di jeans responsabile di questa trovata. C'è solo da augurare, al bel Raphaël protagonista dello spot, che la sua carriera non duri così poco quanto quella del suo illustre predecessore, di stessa marca griffato, Nick Kamen...








mercoledì 8 aprile 2009

Robert Pattinson

Di saga in saga allegri si svolazza, e dalla genuina messinscena corsara della scorsa settimana, voglio tornare alle cronache recenti, e, in un ipotetico confronto fra il nazional-popolare di diversi decenni fa, e l'adolescenzial-maniacale odierno, lascio a voi il giudizio su:

Robert Pattinson

Svezzato al cinema da Harry Potter, saga delle saghe a cavallo fra i millenni, lo troviamo adesso definitivamente consacrato dalla nuova sagace sensazione "Twilight", in una escalation di successi, che lo stanno portando all'investitura di principe del genere "Fantasy".
Ora, dico io, sarà che il target giovanile impone una certa edulcorazione, ma, via, una saga di vampiri stitica come questa, non la si era mai vista!
Non è che ci si aspetti sempre Klaus Kinski, siamo d'accordo che anche l'occhio voglia la sua parte, ma di esempi di variazioni sul tema del grande classico del Vampirismo se ne sono viste diverse:
Roman Polanski lo imbastardì egregiamente con la commedia, la coppia Tarantino-Rodriguez ci stampò sopra il marchio di fabbrica pulp, riuscendo ad intrattenere, anzichè spaventare, ma Twilight, cazzo!, non si affronta.
Twilight è la versione cinematografica di quei gruppi anni '80, tutto trucco e sintetizzatori, tipo "Doctor and the Medics", giusto per fare un esempio, finti come l'oroscopo, buoni solo a far strage di cuori delle giovani Dark, ora riesumate sotto la categoria Emo, estasiate da questo Robert, sopracciglio folto, scapigliato quanto basta, giovane ma non proprio sbarbato, quale sex symbol globalizzato, buono per tutti i palati, ad eccezione degli amanti dell'aglio...









mercoledì 1 aprile 2009

Kabir Bedi

La bellezza non ha età.
Non si dubita di questo assunto. Non è tollerabile.
Non scadiamo nella convenzione del binomio gioventù-avvenenza, fuori dal quale si diventa soltanto carne grinza a prova di iniezioni anti-sciatica; non starò a citare gli innumerevoli esempi a conferma di questa tesi, mi basta proporvene un altro, il profetico apripista del lontano oriente nella cinematografia popular conosciuto come:

Kabir Bedi

C'è poco da dire, qui siamo di fronte a un turbinio di erotico esotismo che nemmeno il naturale scorrere del tempo riesce a scalfire.
Mi pare superfluo ribadire che costui ha fatto la storia del costume italiano, non tanto perchè appariva in video con scimitarra e turbante, ma in quanto protagonista del serial TV "Sandokan" che, a metà anni '70, portò un rivoluzionario aroma orientale, Salgari flavoured, nei palinsesti della Rai.
Radio Televisione Italiana.
Vero è che a molti anni di distanza, sugli stessi schermi, Kabir ha pensato bene di macchiare la sua onesta carriera con una drammatica resurrezione in versione naufrago-asceta-rimbombato all'"Isola dei famosi, dove usava dispensare perle di saggezza fra i pettorali di Merolone e la maschera facciale di Antonella Elia, guadagnandosi un meritato secondo posto, alle spalle di Sergio Muniz, anche in virtù di un fascino ancora intatto, a dispetto dei 60 anni suonati.
Ci sarebbe anche il "Medico in famiglia", ma preferisco lasciar perdere...
Ciò non deve comunque farci ricredere sul suo conto perchè egli è stato, e sempre sarà, la tigre della Malesia.