mercoledì 24 giugno 2009

Charles Bronson

Avrete capito oramai che il sottoscritto moderatore si lascia sovente sovverchiare dalle fittonate, quella serie di inspiegabili motivi, cioè, che portano, una volta scovato un filone che si ritiene interessante, a spolpare la materia in questione fino all'osso, fin quando fa male, fin quando ce n'è, direbbe un improbabile sex symbol emiliano.
Rimanendo più che volentieri nel cinema d'annata, vado quindi a celebrare un altro immortale personaggio che, almeno nella finzione, è sempre stato bene non fare incazzare, per evitare di essere impallinati dalle sue raffiche di piombo.
Signori e signore, è il momento di:

Charles Bronson


Nella pagina wikipedia a lui dedicata, lo si dichiara "archetipo del duro", e questo la dice lunga sulla fama che egli si è conquistato nella infinità di pellicole nelle quali ha affrontato innumerevoli duelli, dove, che si trattase di cazzotti, pistole, o pedate nella bocca, ha sempre riportato a casa quella sua pellaccia indistruttibile, tipica di un uomo venuto dal basso, abituato a superare le sfide che le vicende biografiche riportano sul suo conto.

Il duro piace.

Al di là di superficiali fraintendimenti, la categoria in questione ha sempre fatto impazzire miriadi di donne, in virtù anche del fatto che una personalità del genere riesce a mascherare le imperfezioni che la natura, in osservanza di malcelate leggi di compensazione universale, gli ha affibbiato.
Nel caso di Charles Bronson, i suoi occhi strizzati e la sua statura non certo da atleta, hanno contribuito indiscutibilmente alla sublimazione di un fascino irregolare, originale, con pochi orpelli, e con quei baffi sottili pronti a convincere ogni scettica/o, destinati a diventare un marchio di fabbrica inimitabile, che infatti i moderni epigoni (tipo Josè Mourinho, per esempio), si dimenticano volontariamente di riproporre, consci del fatto che non potrebbero reggere l'eventuale paragone con lui, "l'archetipo del duro".










mercoledì 17 giugno 2009

Toshiro Mifune

Direi che ci siamo un po' scassati la minchia delle solite facce.
Bellocci vari di razza caucasica che solo l'abitudine ci porta a celebrare, mentre anche nel lontano oriente si trovano pezzi di uomo di notevole spessore.
E basta con sta storia che i giapponesi sono tutti nani e brutti.
I luoghi comuni non abitano in questo blog, e quindi mi pare opportuno riportare alla memoria un signor sex symbol del calibro di:

Toshiro Mifune

Autorevole figura del novecento cinematografico, forse la più grande star che il Sol Levante abbia mai generato, attore-feticcio del maestro Akira Kurosawa, rappresenta tuttora, a dieci anni dalla sua morte, l'incarnazione più alta della figura del Samurai, il nobile guerriero fedele al suo rigido codice d'onore, quello che in occidente viene spesso ridotto a figurina cartoonesca buona perlopiù a decorare lo zainetto di qualche studentello sfigato di provincia, amante dei manga e dedito all'onanismo a oltranza.
Toshiro, quale inarrivabile sex symbol, virile ed atletico nel fisico, profondo e letale nello sguardo torvo, ha ispirato, con i suoi costumi di scena, il look di decine di ammiratori occidentali, alla ricerca di una via esotica all'anticonformismo, esemplificata in modo sublime dal primo Piero Pelù, quello che, crinito e di scuro vestito, cantava:

«Noi, conquì-steremo la luna...»

replicando in versione epilettica le controllate movenze da arti marziali del mai troppo riconosciuto maestro giapponese, principe eterno di stile e di aureo distacco.












mercoledì 10 giugno 2009

Chris Isaak

È credenza popolare piuttosto diffusa quella secondo la quale le dimensioni del membro maschile sarebbero direttamente proporzionali a quelle del naso della persona in esame.
Ammesso che si dia credito a questo assunto superficial-ninfomaniaco, non so quanto potrà essere lungo, ma di sicuro deve essere ben tornito l'uccello di:

Chris Isaak

Cantante americano, ciuffo impomatato e occhio azzurro da lonely crooner, ha da sempe legato la sua carriera a pellicole cinematografiche, che curiosamente sovrastano il suo spessore artistico di musicista.
Basti pensare che il successo gli arrise nel lontano'89, anno in cui David Lynch incluse la versione strumentale della sua "Wicked Game" nel film "Velluto blu", contribuendo a lanciare in orbita il nostro marpioncello californiano, che costruirà la sua fama attorno alla suddetta canzone, grazie anche alla notevole trovata di infilare nel videoclip ufficiale la top model Helena Christensen, la quale, a venti anni di distanza da quella sublime apparizione, pare non abbia perso il gusto dell'orrido, dal momento che i ben informati riportano il suo attuale legame con il cantante degli "Interpol" Paul Banks.
Vabbè, cazzi sua.
Tornando a Chris Isaak, bisogna ammettere che sta invecchiando in modo decisamente decente, forse grazie anche a qualche siringone di Botox®, ma forse sarà pure per questo motivo che, dieci anni dopo, viene di nuovo scelto da un altro big del cinema internazionale come Stanley Kubrick, che nel suo torbido epitaffio "Eyes Wide Shut", affida il main theme al pezzo "Baby did a bad bad thing", che regala altri 5 minuti di celebrità al nostro Elvis wannabe.
E a questo punto, Chris, con astutissima ed originalissima mossa, cerca di sfruttare nuovamente il gancio cinematografico replicando il video all'insegna della sensualità, con tanto di geniale aggiornamento dalla ormai dimenticata supermodel danese allo state of the art Letitia Casta, la quale, per tutta risposta, gliela fa annusare per 3 minuti per poi infilare nel letto di Stefano Accorsi.
Una cosa del genere provocherebbe crisi esistenziali a cascata in qualsiasi essere umano, mentre il buon Chris, di indole molto mite, finite le riprese, torna a casa, si fa un raspone*, e dopo cinque minuti è di nuovo li sul divano a strimpellare la chitarra.
In una parola:
Idolo.

*= si masturba










mercoledì 3 giugno 2009

Josep Guardiola

Giù il cappello, siore e siori, di fronte ad un uomo che, al suo primo vero anno da allenatore, centra una fantastica triplete, con il dream team del Barcellona, con la conquista di campionato, coppa del Re, e fresca fresca di una settimana, la prestigiosa Champions League.
Non si può non arrendersi quindi, di questi tempi, al fascino mediterraneo di:

Josep Guardiola

Catalano che allena la squadra simbolo della regione, cresciuto nelle giovanili del Barça, per poi diventarne il capitano, in quella squadra di inizio anni '90 che, sotto la guida dell'immenso Johann Cruyff, vinse tutto il possibile, in un tripudio di calcio-spettacolo che il suo geniale demiurgo aveva già inventato come giocatore con quella inarrestabile arancia meccanica che era la nazionale olandese degli anni'70.
Poi, a chiosa di una di quelle avventure romantiche che il calcio ha ormai sotterrato, dopo un'esperienza di fine carriera nella dorata provincia di Brescia, a fianco di Roberto Baggio e Carletto Mazzone, il "Pep", come viene affettuosamente soprannominato, emulo del suo maestro olandese, riesce ad entrare a far parte di quella manciata di eletti capaci di vincere la coppa dei Campioni sia in campo che da allenatore, smentendo gli scettici che vedevano nei suoi 38 anni una mancanza di esperienza incapace di traghettare una squadra verso tali trionfi.
Oltre a questo, fateci attenzione, Guardiola è uno dei pochi protagonisti del mondo del pallone che non dimostra 700 anni in più di quelli stabiliti dall'anagrafe, tanto è elegante nella rigorosa divisa sociale, quanto è casual nelle conferenze stampa e nelle occasioni meno formali, con quella barba di qualche giorno a incorniciare un sorriso genuino, a sottolineare la normalità di un non-divo, in un compendio di "persona di successo" decisamente lontano da quello che ci vuole imporre un signore che ieri teneva un comizio a Firenze, ma che non ha lasciato avvicinare alla piazza le persone che non la pensano come lui...