mercoledì 29 luglio 2009

Edward Norton

Dal giorno in cui vi ho gettato in pasto il buon vecchio Sergio Rubini, non avevo più ripescato sex symbol nella vasta rete della cinematografia internazionale.
Penso che sia quindi il caso di un rientro col botto nei ranghi hollywoodiani, riesumando la bellezza didascalica di:

Edward Norton


Didascalica, a mio parere, è un eufemismo, per descrivere la faccia di questo attore, una faccia decisamente regolare, senza particolarità di sorta, innocua, mi verrebbe da definirla, e proprio per questo affascinante.
Ora, il problema sorge quando lo si va ad analizzare nei dettagli.
1) Ha un taglio di capelli inguardabile, oscillante fra il 5-7 mm fatto a macchinetta e il poco più lungo (10 cm max) tirato indietro con la lacca, entrambe scelte tuttaltro che oculate, vista la fronte kilometrica che si ritrova.
2) Il pizzo. Minchia. Una delle cose meno tollerabili sulla faccia di una persona, uomo, donna o primate che sia, nel suo caso, inoltre, un pizzo così precisamente cesellato che una mente ignara delle sue varie comparsate nei numerosi film in cui ha recitato, non esiterebbe a dichiararlo un impiegato di banca, un giovane imprenditore, o, nel peggiore dei casi, un assicuratore.
Come professionista, che dire, lo ricordo decente in "Fight club", così come invece mi parve poco credibile come nazista pompato in "American History X", ennesima conferma che i registi di videoclips a quello dovrebbero dedicarsi e non ai lungometraggi.
Lasciamolo piacere agli americani, datemi retta...











mercoledì 22 luglio 2009

Adam "Mca" Yauch

Premetto che questo di oggi, senza tralasciare il sarcasmo e l'ironia che solitamente contraddistinguono i miei post, vuole essere un incoraggiamento ad una persona che ha appena ammesso di essere malata, e anche se mai il diretto interessato coglierà questo supporto, è per me significativo celebrare un artista che, con la sua band, è stato un punto di riferimento costante nella mia esistenza.

E poi non venitemi a dire che non è affascinante una persona come

Adam "Mca" Yauch


Smilzo niuorchese doc, costituente un terzo dei Beastie Boys, gli ex punk convertiti all'hip-hop, genere che hanno per sempre marchiato a fuoco a colpi di intuizioni geniali, grooves irresistibili, imbastardimenti di ogni tipo e derive buddiste-radical chic.
In una parola:
Stile.
In particolare Mca per me è sempre stato il più stiloso, forse perchè è quello con la voce più rauca, perchè mi è sempre parso come il più "serio" dei tre, quello meno esuberante quantomeno, e per questo da sempre un idolo per il sottoscritto, dai tempi in cui lo osservavo nei videoclips per trarre ispirazione per il mio shopping nei negozi di street-style, fino alla odierna zazzera ingrigita da post quarantenne, che ha reso il suo fascino più maturo, senza invecchiare però la musica dei Beasties, che rimane un fervido calderone di idee perennemente in ebollizione.
Di sicuro questo incidente di percorso non intaccherà la sua coolness, e nemmeno il suo proverbiale flow, che si riverserà ancora nelle nostre orecchie con la tipica cadenza alternata a quella di Mike D e Adrock, e mentre il nostro eroe sconta la sua convalescenza, quale miglior invito a muovere il culo se non quello di accattarsi gli appena ristampati album "Paul's Boutique" e "Check Your Head", imprescindibili monumenti sonori di quella grande mela che tanto fa innamorare chi ci è nato, due perle in mezzo ai tanti omaggi che l'infinita schiera di artisti indigeni hanno tributato alla città dei 5 boroughs.











mercoledì 15 luglio 2009

Sufjan Stevens

Il Genio, cari i miei/le mie seguaci, non va sempre a braccetto con la sregolatezza, ma è più frequente che sia proprio l'eccesso di quest'ultima a portarci a celebrare al di sopra dei meriti artistici gente come Jim Mortison, Sid Vicious o Antonio Cassano.
Si può essere geniali senza strafare, senza strafarsi, e addirittura cantando testi intrisi di riferimenti religiosi, con qualche concessione alla stravaganza, è ovvio, ma di quella bislacca, originale e innocente, che fa di una faccia pulita qualsiasi un sex symbol quando si manifesta con le fattezze di:

Sufjan Stevens

Musicista poco più che trentenne, nato nel Michigan ma ormai Newyorkese di adozione, ha mosso i primi passi all'alba del nuovo secolo, per poi, colto da illuminazione ambizioso-campanilistica-bucolico-sinfonica, imbarcarsi nell'insano progetto di dedicare un disco ad ognuno dei 50 stati che compongono gli U.S.A.
"Ecco l'ennesimo americano in preda a manie di grandezza", penserà qualcuno, magari anche a ragione, e magari lo pensai anche io quando mi imbattei nel primo disco di questa saga chiamato "Greetings from Michigan", ma ho immediatamente lasciato perdere considerazioni di questo tipo quando mi sono accorto che questo personaggio è uno dei più grandi autori di canzoni degli ultimi 10 anni (minimo).
L'incredibile varietà di influenze che costituiscono la sua musica, la sua disarmante abilità nel sintetizzarle, i fastosi, rischiosi arrangiamenti delle sue canzoni, che riesce sempre a cesellare al punto giusto, prima che il suo pop scintillante si perda in sinfonie troppo autocelebrative, fanno di questo bel ragazzo di origine armena un genio assoluto, confermato, in mezzo ad intermezzi meno riusciti (sregolatezza?), nel secondo capitolo della saga dedicato all'Illinois.
È un tipo strambo, Sufjan, che suona con una band vestita da boyscout, che ha fatto uscire un box di 5 CD di canzoni natalizie, in bilico fra soprendenti riletture di tradizionali e nuove incantevoli perle sul tema, ed io spero che torni presto con un suo disco, perchè mi mancano quelle canzoni complesse ma orecchiabili, sontuose e confidenziali allo stesso tempo, toccate dalla leggiadra grazia di quintali di talento.
Nel frattempo, continuo a consumare il Michigan e l'Illinois, e se continua di questo passo, mi va bene anche l'Iowa...
Andate in pace.











mercoledì 8 luglio 2009

Paul Gascoigne

Mi trovo particolarmente a mio agio, quest'oggi, nel celebrare un tipico esempio di "Inglese distrutto", una sorta di versione contemporanea, anche se ultimamente un po' latitante, del "bello e dannato", del quale rappresenta una versione magari meno globalmente apprezzata ma sicuramente molto più originale, divertente e soprattutto meno inflazionata.
E certo non esiste, nella suddetta categoria, chef d'ouvre migliore di:

Paul Gascoigne


Calciatore burlone fuori e dentro al campo, tanto talentuoso quanto indisciplinato, soprattutto quando si tratta di varcare la soglia di un qualsiasi pub, sfortunato ed autolesionista, per farla breve, una vera e propria icona del made in UK degli ultimi 30 anni (minimo).
Gazza, questo il soprannome che lo ha sempre accompagnato, anche nella sua breve comparsata italiana, riassume nel suo percorso la più invidiabile ascesa della star dalla effimera fama, ma indelebile nel ricordo:
le glorie sportive sempre avvistate ma mai completamente raggiunte, anche a causa di una notevole sfortuna, il matrimonio con classico puttanone (già andato a rotoli da anni, ovviamente), l'inesorabile declino a colpi di sbronze colossali e crolli psichici ripetuti, puntualmente testimoniato dai tabloids, che allo stesso tempo, a coferma del mito che circola ancora attorno al suo nome, passano a celebrare la di lui figlia (bona), che impazza nei reality show della terra d'Albione, mentre il padre scompare, tenendo con il fiato sospeso un'intera nazione che non ha mai smesso di amarlo, per poi periodicamente riapparire in condizioni sempre più devastate, giusto per sottolineare la sua statura di star, che la parabola discendente che ha ormai irrimediabilmente intrapreso renderà ancora più fulgida, sempre più immortale, unica ed irripetibile.
Amen











mercoledì 1 luglio 2009

Sergio Rubini

Ci siamo.
È giunta l'ora.
Ho resistito ai consigli, alle voci del subconscio che di notte mi suggerivano ossessivamente il suo nome, ero quasi riuscito a dimenticarmi di uno dei più grandi misteri capaci di stuzzicare l'ormone femminile, quando, resomi conto del fatto che ormai pare scomparso da qualsiasi cast, defilato da ogni apparizione televisiva, penso sia giunto a un livello di declino tale che può finalmente diventare protagonista di un "post" anche un personaggio come:

Sergio Rubini

Imperversò, anni fa, in ogni tipo di pellicola della cosiddetta (da me)
"New Wave of Italian Cinematographers", grimaldello di una pletora di registi "illuminati", pronto a scardinare secoli di immobilità, armato della sua frenetica espressività ad uso, abuso e consumo di sceneggiature scritte su misura della sua irresistibile inflessione pugliese.

Se le trombò tutte.
Ma proprio tutte, da Margherita Buy ad Asia Argento, in un arco di gradimento decisamente eclettico, della serie "basta che respirino" o "indò coio, coio", tanto per intendersi, caratteristica che rende ancora più incomprensibile il suo odierno ridimensionamento.
Non sono neanche andato a visitare wikipedia per cercare di capire che cosa lo tiene lontano dal grande schermo, non so se abbia trovato la pace dei sensi con una ex compagna delle medie di Cerignola, oppure se sia entrato a far parte di Scentology o della Compagnia delle Indie, so solo che Sergio Rubini, pur non essendo un adone, è sempre piaciuto, piace e sempre piacerà.