mercoledì 26 maggio 2010

Diego Alberto Milito

In questa settimana successiva al trionfo dell'inter in Champions League, non riesco a non accodarmi alla processione di adoratori abbagliati dalla grandezza di un campione di altri tempi, e se si è scomodato anche il Guardian, vuol dire che di attaccanti del genere non se ne vedono spesso, e questo è il momento magico di:

Diego Alberto Milito

Argentino dalla faccia malinconica, soprannominato "El Principe", quasi per canzonare la sua impressionante somiglianza con il talentuoso uruguaiano Francescoli, chiamato anch'egli nello stesso modo qualche anno prima, si è immedesimato talmente nel suo nickname da marchiare in modo indelebile questa storica stagione dell'Inter, protagonista di una inedita tripletta Campionato-Coppa Italia-Champions League.
Arrivò in Italia nel Genoa, in serie B, senza clamore, e con il suo carisma, tanto evidente in campo quanto invisibile fuori, ha ipnotizzato i passionali tifosi rossoblu, appena in tempo per vederlo scomparire, a causa dell'illecito sportivo che portò la squadra Ligure in serie C1, e il campione invisibile in Spagna, per raggiungere il fratello nel Saragozza.
Costantemente in doppia cifra, anche negli anni spagnoli, il "Principe" continua a non stuzzicare gli interessi dei grandi club, forse proprio per quella sua naturale discrezione così lontana dallo stereotipo del fuoriclasse-strumento marketing tipico del calcio moderno.
Quando torna al Genoa, dopo l'esilio nella Liga, sembra che tutto sia rimasto come prima, come ai tempi della serie B, il "Principe" riprende in mano la suadra e la porta fino al quarto posto nel massimo campionato, dopo oltre dieci anni di inferno, imponendosi in modo ormai non più trascurabile verso la grande occasione, che, a 31 anni suonati, arriva, e Diego Milito diventa un giocatore dell'Inter.
Gli ultras di Zena lo lasciano andare, perchè sanno che va via per entrare nella storia, perchè sanno che una persona perbene non tradisce chi lo ha reso un principe vero, ormai molto più di quello a cui somigliava.
Il resto è storia recente, bastano i bombardamenti mediatici degli ultimi giorni a raccontare cosa ha fatto nella stagione appena conclusa questo giocatore straordinario, per il sottoscritto uno degli attaccanti più forti che abbia mai visto, senza tatuaggi, senza espulsioni, senza litigi con gli arbitri, senza polemiche in sala stampa, senza veline nè risse in discoteca.
Un giocatore sontuoso.










mercoledì 19 maggio 2010

Alden Ehrenreich

Nella settimana di Cannes, mi sembra opportuno tornare al cinema, ma visto che quest'anno la croisette non sembra abbondare di nuovi sex symbol, voglio fare un salto all'indietro e pescare nell'edizione 2009 del festival, un promettente bambesio di nome:

Alden Ehrenreich

Apparve giusto un anno fa, nella scorsa Quinzaine des Réalisateurs, come coprotagonista, al fianco del sex symbol per eccellenza Vincent Gallo, del film "Segreti di famiglia"(ennesima inspiegabile traduzione di titolo, aggravata dal fatto che l'originale "Tetro" non mi pare così ostico per il pubblico italiano...) del mammasantissima F.F. Coppola, che per l'occasione ha travestito le sue chimere personali da melodramma latino in bianco e nero.
Debuttare in un film di Coppola non deve essere certo la cosa più facile del mondo, e dal momento che ancora io mi fido del grande maestro italo-americano, è probabile che questo 21enne sia ben orientato verso il successo; non rimarrei sorpreso se diventasse in breve tempo il nuovo Leo di Caprio, come neanche sgranerei gli occhi se la prossima estate venisse presentato da Pantaleo Corvino come ennesimo futuro messia venuto dalla mittelEuropa per rincollare i cocci lasciati da Adrian Mutu.
E siccome mi fido ciecamente anche del fiuto del "mago di Vernole", cari lettori/care lettrici, a buon intenditor poche parole...








mercoledì 12 maggio 2010

John Taylor

È ormai assodato il continuo riciclo degli anni '80, soprattutto in ambito musicale, dove il rumoroso decennio dei '90 sembra essere stato una semplice pausa prima del ritorno dei bassi di gomma e degli arpeggiatori, spacciato prima per electroclash e adesso, in una tragica ricerca della definizione cool-erudito che ormai sprofonda nel più profondo ridicolo, come hypnagogic pop.
Dalla muffa di quei tempi di sbrilluccicante edonismo sintetico, voglio oggi rispolverare:

John Taylor

Membro fondatore dei Duran Duran, statuario bassista virtuoso del playback, era lui il vero prototipo del New Romantic, anche se viene ricordato come un semplice gregario di lusso, all'ombra del capobanda Simon LeBon.
A dire il vero nelle fans c'era competizione; fioccavano su "Cioè" e altre riviste di settore i sondaggi fra chi fosse più fico fra il cantante e lui, ma alla fine, la cronaca recente ci riporta di un Simon leBon che intrattiene gli invitati di Villa Certosa, dimostrandoci che ancora una volta è il leader della band che si consegna all'immortalità, molto più di uno strumentista, per quanto attraente fosse.
Probabilmente l'oramai decrepito John si consolerà osservando le frequenti repliche della sua inguardabile, proverbiale, ciuffata, nelle nuove generazioni emo che ormai infestano ogni latitudine, e passerà i suoi restanti anni con il logorante dubbio, fomentato da un interminabile rancore competitivo con Simon LeBon, se sia meglio invecchiare cantando per Berlusconi o specchiare la propria gioventù in orde di ragazzini disagiati...
In ogni caso, è ancora più emozionante accorgersi che uno di quegli incipriati artisti del synth pop, ha avuto il coraggio di mettersi in discussione e di invecchiare come ognuno di noi, almeno credo, vorrebbe...










mercoledì 5 maggio 2010

Matthew Fox

La smania di passatempi ha recentemente trovato differenti declinazioni.
La cultura, nella maggior parte dei casi, non viene neanche presa in considerazione, la fornicazione è praticata, ok, ma pochi hanno mezzi fisici tali da impiegare tutto il tempo libero a disposizione, mentre la masturbazione è tendenzialmente intepretata come un'onta alla virilità/femminilità alla quale dedicarsi il meno possibile.
È così che l'uomo ha inventato i serials.
Ed è proprio in una delle più seguite serie tv degli ultimi anni che ho scovato:

Matthew Fox

La folgorante idea alla base di "Lost" sta nel narrare l'epopea di una manciata di sopravvissuti ad un incidente aereo che si ritrovano per caso su di un'isola deserta.
Roba che se il sottoscritto (giusto per fare un esempio) ne parlasse ad un produttore in cerca di sceneggiature, riceverebbe una vagonata di insulti che neanche Ravanelli si ricorda di aver preso durante lo spareggio per la promozione in A Fiorentina-Perugia.
Quelli della "abc", invece, ci hanno fatto i miliardi, grazie all'abuso di tecniche di narrazione pro-dipendenza e ad un cast eterogeneo e multirazziale, all'insegna di una vendibilità globale travestita da politically correctness.
Soltanto in un derelitto ecosistema di queste proporzioni può capeggiare un elemento come il dottor Jack Shephard, un inutile americano bombardato di steroidi con un muso espressivo quanto il cemento.
Io continuo a preferire, ad eccezione dell'inarrivabile saga di "Twin Peaks", opere video che iniziano e finiscono nel giro di due o tre ore (in qualche raro caso se ne tollerano pure quattro), e la TV l'accendo solo per vedere quelle poche partite di calcio senza segnale criptato, pur consapevole di dover subire l'imbarazzante euforia commentativa di Salvatore Bagni.