mercoledì 21 luglio 2010

Martín Leandro Castrogiovanni

Si è parlato spesso, dopo la disfatta mondiale, di una maggiore apertura da parte della nuova nazionale targata Prandelli agli oriundi, quegli sportivi cioè, nati lontano dal Belpaese, ma di passaporto tricolore, utile a favorire il calciomercato e, in tempi di vacche magre come quelli attuali, ottimo viatico per una convocazione in maglia azzurra.
Certo è che la pratica non è nuova a queste latitudini, dove la atavica furbizia si mise in moto già dagli anni'60 per sfruttare la classe dei vari Altafini e Sivori, ma è con il recente, redditizio rilancio della nazionale di Rugby, in buona parte avvenuto grazie all'innesto di svariati oriundi, che il tema è tornato di moda, ragion per cui non mi posso sottrarre dal celebrare il fascino italo-argentino di

Martín Leandro Castrogiovanni


Eccezionale pilone naturalizzato italiano ma in forza al Leicester Tigers, nel campionato inglese, egli si distingue principalmente per il fatto che è l'essere umano più simile al felino maggiormente celebrato come "Re degli animali" da secoli e secoli di storie, leggende e giardini zoologici di tutto il mondo, il Leone.
Guardatelo attentamente nei suoi occhi strizzati da palpebre cavernose, nella sua criniera folta e selvaggia, nella sua esplosiva muscolatura che però, al contrario della tanto somigliante fiera, egli non usa per sbranare gazzelle, ma al massimo per placcare qualche avversario, per poi andarci a prendere una birra al pub dopo la partita, nel classico terzo tempo della tradizione rugbystica.
Certo non potevano sfuggire i suoi avi italiani a qualche ben informato dirigente federale, che si è quindi prodigato per naturalizzare questo fuoriclasse, e altrettanto certo è che non usa la stessa premura chi invece dirige la politica nostrale, che poco e male si occupa di immigrati meno talentuosi di Castrogiovanni e non si prodiga per rilasciare passaporti a persone che, piuttosto che come re degli animali, sono spesso trattate come topi di fogna, rispedite al mittente in quanto non utili alla causa.
Questo è il Meltin'Pot made in Italy.











mercoledì 14 luglio 2010

Camarón de la Isla

Si straparla di Spagna, dopo la fresca incoronazione mondiale, come il simbolo del bel calcio, con i suoi giocatori così belli e invincibili, con il portiere Casillas, non nuovo alla pratica del "bene accompagnarsi", che bacia la fidanzata giornalista in un impeto di buonismo romantico che ha strappato lacrime all over the world e che fra l'altro ha portato ad una impennata di contatti su questo blog, grazie alla lungimiranza del suo moderatore...
Ma ricordiamoci che la Spagna è anche luogo di tradizioni aberranti:
La corrida, la corsa dei tori, gli Heroes del Silencio, la "S" sibillina, senza contare le incomprensibili spinte indipendentiste che ogni tanto infiammano la politica iberica.

Poi c'è il Flamenco. E qui bisogna fare un discorso a parte.
Sorta di prototipo gitano del melodramma napoletano, questa malinconica forma di esuberanza, urlata al mondo intero dal profondo dell'Andalusia, significa puro, atavico slancio di passione latina che nessuno riuscirà mai a interpretare come fece, anni orsono:

Camarón de la Isla

Inarrivabile cantore, simbolo della misteriosa connessione fra sex appeal ed estensione delle corde vocali – alto o basso che sia il tono, non cambia la sostanza – il camarón è, in patria, una leggenda del Flamenco, troppo prematuramente scomparso per conquistare un pubblico più vasto, impresa riuscita invece ai suoi emuli più recenti quali i Gipsy Kings o Joacquin Cortes, gente che ha sfondato (le palle, soprattutto) un po' in ogni dove ma che mai arriverà all'intensità delle interpretazioni e all'impossibilità di acconciatura di colui che nacque José Monge Cruz.
Forte di questo suo indissolubile legame con la tradizione iberica più sanguigna, Camarón sarebbe stato il perfetto suggello a questo trionfo della roja, ma se a fare le sue veci è la donna di Casillas, a me va più che bene...