mercoledì 29 settembre 2010

John Frusciante

Ho scoperto solo da poco che i Red Hot Chili Peppers hanno di nuovo perso il loro chitarrista, e se il primo abbandono ispirò il romanzo post-grunge di Enrico Brizzi, questa fresca dipartita mi pare invece avvenuta decisamente in sordina, perchè il tempo passa per tutti, per i belli e per i brutti, e non c'è niente da fare.
Per chi non lo avesse ancora capito, sto parlando di:

John Frusciante

Figura interessante, questa dell'emaciato chitarrista entrato nella band dopo l'overdose di Hillel Slovak, sia perchè curiosamente in contrasto con le pose da macho che sfoggiavano i restanti 3/4 della band, sia perchè ago della bilancia della fortuna dei RHCP.
È con lui infatti che i tamarroni californiani sfornano un disco plurimilionario come "Blood Sugar Sex Magik", ed è con il suo abbandono, dovuto, stando a quanto ci riportano le cronache dell'epoca, alla sua dipendenza dall'eroina, che invece stentano a riposizionarsi nelle zone alte della classifica, nonostante l'ingresso nella band di un peso massimo come Dave Navarro, scelto probabilmente per affinità di tamarraggine.
L'alchimia di tatuaggi, però, non funziona, e guarda caso è con il ritorno dell'ombroso e smilzo Frusciante che i peppers tornano al successo planetario con "Californication", con buona pace di Anthony Kiedis, che finalmente si convince che l'apporto creativo di questo musicista è inversamente proporzionale ai suoi muscoli, e che le fortune commerciali della band dipendono in buona parte dalla presenza di questo discreto outsider.
John Frusciante, nel frattempo, rilascia una manciata di album solisti, tutt'altro che sgradevoli, stringe amicizia con Vincent Gallo, tromba con Milla Jovovich, non esattamente l'ultimo cesso sulla faccia della terra, e dopo l'ennesimo tentativo di replica di "Californication" da parte dei RHCP, si rompe il cazzo e lascia di nuovo la band per tornare nell'ombra, dove, presumibilmente con un bel gruzzolo da parte, immagino si trovi a proprio agio fra droghe di ogni sorta e seratine in buona compagnia...








mercoledì 22 settembre 2010

Enrico Lucci

Non mi fermerò a disquisire sull'efficacia di quelle trasmissioni TV che si reggono sul pericoloso equilibrio fra inchiesta e intrattenimento, mi limito a constatare il talento di uno dei protagonisti de "Le Iene" che, a distanza di anni, continua a rafforzare il suo stile e ad acquisire un fascino di mezza età che gli permette di non sfigurare in questa rubrica.
Sto parlando di:

Enrico Lucci


Indiscutibile punta di diamante del succitato programma di Mediaset, questo brizzolato 45enne ha creato la sua fortuna su uno stile decisamente originale, soprattutto se paragonato alla disarmante pochezza degli attuali palinsesti televisivi, fatto principalmente di una ingenuità tanto artificiale quanto imbarazzante per chi si trova a essere intervistato da lui.
Le sue surreali interviste, condite da puntuali interventi in romanesco, tanto più informali quanto maggiore è l'imponenza del personaggio che si trova di fronte, più di una volta hanno raggiunto, complice l'abile montaggio dele "iene", vertici di intrattenimento clamorosi, basti pensare all'imperdibile saga di Luciano Gaucci, o alla serie di sfacciate prese per il culo che Lucci ha inflitto a Lapo Elkann, sempre nel segno dell'abbattimento della sacralità del V.I.P., cosa che, vista la generale tendenza all'ego boosting di qualsiasi stronzo baciato dalla ribalta mediatica, non mi pare davvero disprezzabile osservare sulla televisione di massa...










mercoledì 8 settembre 2010

Bill Murray

Ci sono facce di bronzo, facce di gomma e più diffusamente facce di culo, fisionomicamente quanto relativamente parlando, e sta a voi decidere in quale categoria inserire

Bill Murray

sempre che si sia disposti a riconoscere che una faccia di culo può essere dannatamente sexy.
Un personaggio decisamente fuori dagli schemi, come lo erano un po' tutti i mattatori del Saturday Night Live, irripetibile fucina di talenti comici negli States di fine anni 70, un personaggio che da macchietta televisiva non ha sofferto il passaggio al grande schermo, riempiendosi di slime per immortalarsi come Ghostbuster, nelle prime memorie cinematografiche di chi è nato poco prima degli anni '80, con la complicità di una cornice promo-gadgettistica legata al film fra le più massicce dell'era moderna, dalle magliette col divieto di fantasma ai mitologioci videogiochi da bar dove non si aspettava altro che la comparsa de "l'omino Michelin".
E pensare che quel ruolo sarebbe spettato a John Belushi...
Ma il percorso di un outsider come lui non poteva adagiarsi sugli allori, ed ecco che comincia il valzer di scomparse e resurrezioni, filmacci e giorni della marmotta, dove il suo malinonico aplomb da perenne sfavato comunque riusciva a bucare lo schermo.
Con la maturità poi, arriva la consacrazione; non insegue i successi planetari degli acchiappafantasmi, diventa un attore versatile e perfettamente a proprio agio anche quando gli si chiede di abbandonare la sua vis comica, come nello spaesato protagonista di Lost in Translation o nel fantastico playboy depresso di Broken Flowers, che scarrozza per l'america con Mulatu Astatke nell'autoradio, in cerca di espiazione dei suoi peccati di rovinafamiglie.
Una fantastica faccia di culo, alla quale l'età ha aggiunto ancora più fascino.
Un fico totale.











mercoledì 1 settembre 2010

Aldo Caponi in arte "Don Backy"

Sissignori, sissignore.
È questa tiepida impressione di settembre il momento più opportuno per ripercorrere le gesta di uno dei tesori più dimenticati del'arte italiana, di un uomo che ha fatto dell'eclettismo un marchio di fabbrica incancellabile, forgiato dal suo carattere da toscanaccio che lo ha portato a molti scontri e pochi compromessi, nel rispetto di una vocazione da leader di altissimo livello.

Direttamente da Santa Croce sull'Arno, anno di grazia 1939:

Aldo Caponi in arte Don Backy

Folgorato dal Rock'n Roll, si autoproduce i primi pezzi agli inizi degli anni'60 e mentre di giorno fa il pellettiere, nel '62 tira fuori "la storia di Frankie Ballan", un pezzo western prima di Morricone-Sergio Leone, arrivando alle orecchie di Celentano, che subito vuole Aldo nel suo Clan, facendolo diventare "Don Backy"; i due impazzano, sono gli anni delle traduzioni in italiano delle hit americane, e l'autore toscano trasforma "stand by me" in "Pregherò" sparando il molleggiato in heavy rotation nei giradischi dei nostri genitori.
Come il suo nuovo mentore anche Aldo comincia a far capolino come attore nelle commediole disimpegnate della "swingin' Italy" degli anni '60, gira a mille ormai, e nel 1967 si presenta a San Remo in coppia con Johnny Dorelli, i due cantano "l'immensità" e si incastonano nella storia della musica Italiana, mentre i produttori cinematografici se lo contendono sempre di più, ma poi, improvvisamente, qualcosa va storto.
Litiga con Celentano, perchè si accorge che il futuro messia delle prime serate RAI, non gli paga da diversi anni le royalties per le canzoni che lo hanno portato al successo, e l'uomo-primate, dal canto suo, si vendica stonando volutamente la sua "Canzone" al Sanremo del '68, che comunque si piazza al terzo posto.
Ma a Don Backy non gliene frega un cazzo, manda in culo il Clan, fonda la sua casa discografica e continua la sua carriera nel cinema, perchè lui la faccia da attore ce l'ha davvero, non si limita a smorfie scimmiesche e spasimi epilettici agli arti inferiori, arrivando al culmine della sua carriera nel '74, quando fa parte della sanguinaria banda di "Cani Arrabbiati", mitologico excursus nel thriller di Mario Bava, maestro del Tarantino in questi giorni direttore di giuria al festival del cinema di Venezia, annuale speranza che l'intrattenimento possa tornare ad abitare nella sala di proiezione, e non nel circo di Gheddafi travestito da visita ufficiale.


Si ringraziano i soliti noti cinefili dell'hinterland fiorentino per aver rispolverato il Caponi attore pochi giorni fa...