martedì 28 giugno 2011

Franco Battiato

Da qualche tempo vi sarete accorte/i che ho parecchio allentato la frequenza di aggiornamento del blog, e questo ovviamente mi porta ad una selezione di sex symbol estremamente accurata che la cadenza settimanale non potrebe assolutamente garantire.
Detto ciò, è evidente che ci vuole del tempo per rendersi conto della bellezza intrinseca di

Franco Battiato

Nato col nome di Francesco, dalla Sicilia sale a Roma e da qui a Milano, dove, prima della transubstanziazione in Franco, usa come moniker il solo suo cognome e si fa prendere dalla sbornia PROG dei '70, ma non ne rimane schiavo, non sbrodola, anzi sperimenta felicemente in dischi strepitosi come "Fetus" e "Pollution", roba che tuttora si stenta a credere sia stata prodotta in Italia, roba che Jim O'Rourke ci si fa le seghe da 15 anni su quel prodigioso equlibrio di spinte POP e abusi di sintetizzatori analogici.
Qualcuno se li compra pure questi dischi e Battiato continua a sperimentare fino al cambio di decennio, quando, inaspettatamente, diventa una star.
Dopo i segnali di svolta POP contenuti ne "l'era del Cinghiale Bianco", Battiato sfonda con "la Voce del Padrone", il disco vola sopra il milione di copie, e diventa un caso nella storia del costume italiano, si legga in proposito l'illuminante pezzo di Wu Ming 1 , perchè mai si erano sentiti in classifica versi di tale erudizione, caratteristico trademark dell'autore siciliano, già abbozzato nel suo periodo più sperimentale ("Fetus" è un concept ispirato ad Aldous Huxley), e da qui in poi sempre più affinato, in sublime contrappeso all'alleggerimento della musica, che nel frattempo è diventata una personalissima declinazione mediterranea del synth-pop.
L'anno successivo – 1982 – continua il trionfo e il ricordo va a mio zio (non esattamente una persona del medesimo coté intelllettuale di Battiato...) che fischietta un brano intriso di suoni e visioni esotiche:

"Voglio vederti danzare
come i Dervisci Tourners che girano
sulle spine dorsali
o al suono di cavigliere del Katakali...
"

Franco è ormai inarrestabile, presta il suo talento da pigmalione al lancio di creature POP sopraffine come Alice e Giuni Russo, prima di entrare in una invidiabile maturità artistica, nel suo eremo siciliano di Milo, da dove, con l'inseparabile spalla Manlio Sgalambro, osserva distaccato le sventure dell'Italia che già da tempo aveva profetizzato...

"Quante squallide figure che attraversano il paese
com'è misera la vita negli abusi di potere
"










mercoledì 11 maggio 2011

Jan-Michael Vincent

Molti aspetti concorrono nel far si che un film diventi, col passare degli anni, un cult, e di anni ne sono passati abbastanza dal 1978, sul finire del quale il sottoscritto è venuto alla luce, ed è quindi sul finire di questo mercoledì, giorno cult per questo blog, che appare naturale il gancio verso quel lontano "Big Wednesday", che portò sul grande schermo l'epopea di una gioventù che cercava di diventare adulta senza perdere la passione per le leggendarie cavalcate sul surf

Jan-Michael Vincent
interpretava il ruolo del protagonista Matt Johnson, figura ispirata alla leggenda del surf Lance Carson, che il regista John Milius ha avuto l'onore di osservare nella Malibu degli anni'50.
l'allora giovane promessa del cinema statunitense era perfetto per quel ruolo, così bello, biondo, fisicato, una cartolina vivente della California da esportazione, ma "Big Wednesday" non è un film da cartolina, bensì una malinconica celebrazione di un periodo dorato che volge al termine, il resoconto di una generazione in fase di transizione che non può più soltanto pensare a divertirsi fra le onde, perchè c'è la chiamata per il Vietnam, perchè si deve, in ogni caso, diventare adulti.
Io non sono un appassionato di surf, non mi piace tanto neanche il mare, ma la frequentazione di amici che sono cresciuti con il suo derivato a rotelle, lo skateboard, mi porta a vedere in quel film una perfetta rappresentazione di quello che significa quella tavola (su strada o su mare non fa differenza), e cioè la genuina voglia di aggregazione di persone NON allineate, gente che più che un tipo inusuale di sport incarna una controcultura, perchè trascinata dall' indole, non per seguire una moda.
Quei ragazzi del "mercoledì da Leoni", che le inventavano di tutti colori per farsi riformare alla visita militare, ma che allo stesso tempo prendevano per il culo gli hippies che proliferavano negli anni '70, sono gli stessi di quelli che cercano in città delle scale da saltare, indifferenti verso chi li trova vandali e verso ogni convenzione ed etichetta, sempre in sparuta minoranza, mentre nel frattempo la Bear ha il negozio pure all'outlet a Barberino e le Vans le trovi da Universo Sport...
Non so che fine abbia fatto Jan-Michael Vincent, di certo non ha rispettato le previsioni di successo del'epoca, lo ricordo decorosamente invecchiato in un cameo di qualche anno fa nel bellissimo "Buffalo 66", diretto da un altro inetichettabile talento come Vincent Gallo, sicuramente meglio è andata al regista John Milius, che l' anno successivo a quella sbornia di Surf, trovò l'apice della sua già iniziata carriera di sceneggiatore con lo script di "Apocalipse Now", meritandosi così un posto intoccabile nella storia del cinema.










mercoledì 20 aprile 2011

Novello Novelli

Di leggenda in leggenda il blog continua.
E questo post mi sta particolarmente a cuore perchè reputo colui che mi accingo a celebrare, come il più alto depositario vivente della Toscanità, quella con la T maiuscola.
Eh si perchè dopo la scomparsa di Monicelli, tra un Benigni ormai edulcorato, lontano parente di quello che urlava "l'inno del corpo sciolto", un Carlo Monni sopraffatto dal suo maledettismo, fra promesse mai mantenute come Ceccherini e incolori arrivisti mainstream della stirpe Conti-Pieraccioni-Panariello, l'unico baluardo di integrità dell'ex Granducato rimane:

Novellantonio Novelli

e qui sono necessari almeno due spazi per gli applausi.


Straordinario caratterista nativo di Poggibonsi, l'ottantunenne attore impersonifica in modo magnificamente virtuoso tutti i tratti salienti dell'essere toscano:
La battuta sarcastica sempre sulla punta della lingua, la proverbiale avversione per le luci della ribalta e quella scontrosità melancolica della quale le sue leggendarie occhiaie sono la più efficace rappresentazione mai apparsa sulla faccia della Terra.
A conferma di ciò basta segnalare il fatto che imitatori di "borse" quali Benicio del Toro godono di successi ben superiori a quelli del suo ispiratore, esattamente come ai loro tempi figure di epocali innovatori made in Tuscany del calibro di Leonardo da Vinci o Fibonacci non furono riconosciute istantaneamente tali, ma riuscirono solo col passare del tempo ad iscriversi indelebilmente nella storia.
Le geniali comparsate di Novello Novelli nella nouvelle vague anni'80 del cinema toscano rimangono momenti di comicità inarrivabile, genuina e incompromissoria, che forse non arriveranno del tutto solo a quelli che non sono avvezzi all'accento, poveri sfortunati che possono comunque farsi bastare la sua voce sguaiata e la sua maschera burbera, che in ogni caso riesce a far ridere molto di più di un veejay livornese con gli occhi azzurri...










mercoledì 6 aprile 2011

Gianluigi Lentini

Oggi si entra nella storia, la storia di un predestinato, nato in quella provincia Torinese di Manzoniane reminiscenze, arrivato in vetta al mondo del calcio e da li velocemente sprofondato, ma nei secoli dei secoli piantato nei ricordi.

Gigi Lentini è una leggenda

Quei fortunati che se la sono vissuta in diretta, avranno sempre in testa la sua cavalcata impetuosa da ala vecchio stile, la progressione imprendibile da rugbysta, e sempre rimarrà leggenda il suo inizio di carriera, pulcino nel glorioso Toro, lanciato da un altro immortale romantico come Emiliano Mondonico, demiurgo di quella squadra dei primi anni '90 capace di arrivare al terzo posto in campionato e di lasciare un fiume di lacrime sui legni di quella maledetta porta di Amsterdam.
L'escalation di Lentini in quel periodo sembra inarrestabile, è il trascinatore del Toro, la curva Maratona lo adora come un figlio, si cominciano a tirare fuori impegnativi paragoni con la farfalla granata, una novità all'epoca per il sottoscritto, una scoperta che segnerà per sempre la mia esistenza.
Certo che, effettivamente, anche Lentini non sfugge alla tentazione del personaggio, con l'orecchino alla Maradona, con il caschetto sempre arruffato dal moto perpetuo delle sue lunghe leve che fanno di lui un Gullit sabaudo, e forse sarà anche per questo suo appeal che finisce nelle grinfie di papi Berlusca.
Dopo una trattativa estenuante, il Milan se lo aggiudica nel '92 per una cifra vicina ai 20 miliardi, la più alta mai registrata nel calciomercato italiano: I quotidiani gridano allo scandalo, Torino is on fire, i tifosi mettono a ferro e fuoco le strade cittadine, come era successo due anni prima a Firenze per la cessione di Baggio alla Juve.
Adesso invece non si incazza più nessuno, ora è la norma, nel calcio ma purtroppo anche fuori.
Nel Milan invincibile di Capello, Lentini non è più il solista idolatrato, ma comincia bene la sua avventura al top del pianeta pallone, finchè quella leggendaria sventura che perseguita i torinesi made in Toro si scaraventa su di lui nell'estate successiva al suo primo campionato in rossonero.
Al ritorno da Torino, dove frequentava la ex di Schillaci, si lancia in autostrada a 200 km/h con la sua Porsche, dimenticandosi del ruotino di scorta appena montato al posto della gomma forata, perde il controllo dell'auto e si salva per miracolo, ma si stronca tutto.
Torna a giocare dopo un anno intero, ma non è più Lentini, è un giocatore normale.
Il milan lo scarica ma lui continua, mette il cuore davanti alle gambe spezzate che non gli consentono più di fare la differenza, va a ricercare Mondonico all'Atalanta, torna al Torino e lo riporta in serie A, continua a vagare lontano dal calcio che conta, tuttora gioca e si diverte nel campionato promozione piemontese, dopo aver rifiutato l'offerta dell'Isola dei Famosi, perchè Gigi Lentini è una leggenda, non un burattino.
Amen










mercoledì 26 gennaio 2011

Zinedine Zidane

Il calcio è in crisi, si sa, non lo dicono in tanti ma la difficoltà è evidente.
Soffre il sistema pallonaro soprattutto in Italia, una volta meta simbolo di vertice di carriera per i migliori talenti del pianeta, che adesso invece spesso si accasano altrove.
Soffre soprattutto il sistema stadio, sotto tutti i punti di vista, perchè il cosiddetto "pubblico di merda" preferisce l'offerta in HD delle TV digitali, e gran parte degli ultras fa decisamente fatica a scendere a patti con le ridicole misure di controllo messe in atto dal governo.
Detto ciò, va anche riconosciuto che la crisi è esplosa solo negli ultimi anni, perchè fino alla fine del secolo scorso arrivavano in Italia campioni come:

Zinedine Zidane


Franco-algerino atipico, all'apparenza timido e riservato, ma periodicamente capace di scatti d'ira irrefrenabili, allo stesso modo con cui alternava sprazzi di classe sopraffina a giornate di totale apatia, nelle quali lo si vedeva trotterellare per il campo senza che gliene sbattesse una minchia della partita.
Praticamente la simbiosi perfetta del distacco spocchioso tipico d'Oltralpe e della mediterranea propensione allo scazzo, che lo ha tenuto lontano dalle critiche soltanto per il fatto di aver militato per la maggior parte della sua carriera in squadre di grandissimo blasone, e, a livello di nazionale, per esser capitato nella migliore Fancia di tutti i tempi.
Immaginatevelo nei Bleus visti la scorsa estate in Sudafrica, voglio vedere che cazzo faceva, Zizou...
In ogni caso, al di là della valutazione puramente tecnica, è curioso notare come la sua carriera post-agonistica abbia preso una decisa piega fashionista, per il sottoscritto assolutamente in linea con la sua attitudine a guadagnare sforzandosi il meno possibile già piuttosto evidente quando giocava:
E allora via al valzer di presenzialismi, patrocini, madrocini e testimonialate, tutti impegni impeccabilmente assunti da Zizou in virtù di un inedito charme spesso ostacolato da quella chierica che ostinava a portare in mezzo al cranio, e che in questa sua nuova vita ha deciso finalmente di azzerare, donando alla sua faccia gentilmente meticcia un deciso fascino, che io in ogni caso non riesco mai troppo a mettere a fuoco, poichè quando lo vedo, anche se indossa un completo di Paul Smith, immagino sempre la casacca della Juve cucita sul suo corpo, e si sa, nessuna mise rende più orrenda una persona che quelle merdose strisce verticali bianconere.












mercoledì 5 gennaio 2011

Andrew Bird

Sta scomparendo la qualità.
Nei prodotti di più comune utilizzo, a parte qualche eccezione, si riscontra un' approssimazione sempre più evidente, ovvio risultato di metodologie di produzione improntate principalmente sulla fretta e sull'improvvisazione nonchè sullo sfruttamento di una forza lavoro sempre meno pagata in rapporto all'impegno impiegato, ergo molto poco motivata.
Le arti dovrebbero riequilibrare questo dissesto, rimangono un baluardo di passione, di ispirazione seguita da una cura certosina dei dettagli, e a meno che non si faccia rientrare nell'ambito i cinepanettoni o la musica leggera, qualcuno che fa egregiamente il suo dovere c'è ancora.
Uno di questi è sicuramente

Andrew Bird

Uno di quegli artisti che definire signorile, è soltanto un modo per rendere merito alla sua cristallina abilità di canzoniere.
Alla soglia dei quaranta, questo signore molto spesso elegante, ha acquisito una capacità di incantare tutta sua, basata principalmente sulla passione per il violino, suo strumento principe e dal quale di solito partono le sue composizioni, passione che mai sfocia nel virtuosismo fine a se stesso, bensì in canzoni molto spesso fantastiche.
Andrew Bird è uno che si mette in discussione, cerca nuove soluzioni processando il folk in un'effettistica che ormai ha fatto scuola, può riuscire meglio in questo o quel disco, ma di sicuro sono ormai diversi anni che col suo fischio, altro inconfondibile marchio di fabbrica, continua ad affabulare quelle orecchie in cerca di un artista che non sporchi le sue melodie con testi scontati, che ci metta la tecnica anche, ma che riesca a sorprendere senza effetti speciali, ultimo baluardo dei bardi, in un mondo senza passione.