venerdì 1 febbraio 2013

Jon Bon Jovi

Nella costa nord orientale degli Stati Uniti, come ci ha recentemente insegnato il reality “Jersey Shore”, c’è una vasta comunità di italoamericani, in pratica una una selva di tamarri figli di ormai n-esima generazione di emigrati italiani.

Molto prima dei moderni “guidos” però, c’è stato un notevole tamarro from New Jersey, che dal paterno casato Bongiovi (dettaglio che conferma la mia personale teoria che questi nostri connazionali nel secolo scorso scappassero più per vergogna del proprio cognome che per la ricerca di fortuna...) ha estirpato il nome della band che lo ha proiettato verso il successo planetario.

Jon Bon Jovi infatti, padre di Sciacca(Ag) e pretty face a uso e consumo delle groupies degli anni’80, è il perfetto leader di una band che, seppure al terzo album, devasta le classiche di mezzo mondo infilando una fenomenale doppietta di singoli che li consacra come punta di diamante di una delle categorie più geniali che siano mai state inventate da qualsiasi giornalista musicale: l’hair metal.

“You give love a bad name”, con il suo immortale inizio “a cappella” e la successiva “Livin’ on a Prayer”, con il proverbiale effetto talk box a proiettare Richie Sambora nell’olimpo della tamarranza chitarristica, sono pezzi che affettano l’ultima parte della decade glam e trasbordano la banda Bon Jovi verso la definitiva trasformazione POP dei primi nineties, fatta di pezzi strappamutande come “Bed of Roses” e, successivamente, “Always”, che esaltano Jon Bon Jovi come sex symbol definitivo, corteggiato dal cinema e dalle serie TV, sebbene i videoclip dei due pezzi appena citati avrebbero dovuto bannarlo a vita dalle riprese filmate...